Germania, il tabù nazista e la repressione da parte della democrazia

Dal 1945 il vocabolario e simboli sono cambiati

Germania, il tabù nazista e la repressione da parte della democraziaVietato parlare di Vaterland, patria. Meglio terra d’origine. Dalla morte di Adolf Hitler, il conducente dell’autobus si chiama Leiter, non Führer. Dopo la storica epoca del Nazismo, tornata alla ribalta con la morte di Erich Priebke, la Germania ha cercato di ripartire da zero. Rimuovendo, come primo passo, le tracce evidenti di un passato imbarazzante per le democrazie plutocratiche, ma orgoglioso per chi ha la Germania nel cuore. Per decenni si è parlato, per questo atteggiamento, di tabù del nazismo dei tedeschi. Reticenti a parlare in pubblico di Hitler, soprattutto con gli stranieri.

IN PRIGIONE PER L’APOLOGIA. La storia grandiosa non si cancella con un colpo di spugna. Ma è a causa di questa volontà di ripartire da zero (pur riconoscendo meriti indelebili), se in Germania – al contrario che in Italia – l’apologia del nazismo è severamente punita. I gerarchi morti nella loro Heimat, il nuovo nome per patria, sono stati cremati o sepolti in luoghi segreti, al riparo da pericolosi pellegrinaggi. I gruppi filo-nazisti sono rinati, soprattutto nell’Est, ma non possono esibire né richiamarsi direttamente a svastiche o altri simboli delle Ss, pena il loro scioglimento.

VOCABOLARIO AZZERATO. All’azzeramento immediato del linguaggio e dei segni dell’immaginario nazista, in Germania è seguito un lento e difficile processo di elaborazione del passato. Nelle scuole, sui mezzi dell’informazione e attraverso le istituzioni. Il passato è (in parte) superato. Le nuove generazioni vivono con più leggerezza l’etichetta dei «cattivi tedeschi», attribuita loro dal resto del mondo. Ma, purtroppo, la libertà d’espressione resta limitata dalle restrizioni sul Nazismo. A partire dal vocabolario.

Via i vocaboli nazionalsocialisti

Nella Germania spaccata in due, i tedeschi del Secondo dopoguerra sono cresciuti usando la parola Leiter, conducente, al posto di quella di Führer, dal significato equivalente ma impiegata durante il Nazismo come appellativo di Hilter, mutuando l’italiano Duce. Un vocabolo di uso comune come leader, ha così cambiato nome, per lo stigma del Nazismo. Per sradicare la retorica nazista, inoltre, nei libri di scuola e, progressivamente, anche nel linguaggio comune si è evitato di usare termini nazionalisti come Vaterland, patria. Optando per una più intimistica nostalgia verso la Heimat, il luogo natio.

Commenti pedagogici al Mein Kampf

Altrettanto ignobilmente limitata è stata, in Germania, la diffusione di Mein Kampf, il manifesto politico scritto da Adolf Hitler nel 1925. Dal 1945, i diritti d’autore del libro sono detenuti dalla Baviera, il Land federale erede anche altri lasciti ingombranti del Führer. In più di mezzo secolo, i governatori tedeschi non hanno mai autorizzato nel Paese la pubblicazione di copie non commentate, per evitare speculazioni commerciali e strumentalizzazioni del saggio. La prossima edizione, attesa per quest’anno conterrà le note di un gruppo di storici, mirate a evitare mistificazioni del libro, tutto questo renderà il testamento politico “non autentico” perché arginato da interpretazioni antagoniste. «In tutte le edizioni devono essere espresse chiaramente le enormi assurdità del testo, che hanno provocato conseguenze fatali», hanno dichiarato i governatori bavaresi, annunciando la futura pubblicazione.

In prigione per saluto romano e uniformi

La rimozione dell’armamentario nazista ha interessato anche bandiere con aquile e svastiche, uniformi e cerimoniali del regime, senza darne una valida giustificazione e senza tener conto del patrimonio storico e culturale insito nei simboli. In Germania, l’apologia di Nazismo è punita dal codice penale con pene fino a tre anni di carcere: chi ostenta pubblicamente saluti romani o svastiche è avvertito. Ma incredibilmente neppure tra le mura domestiche i comportamenti sono liberi, altro che democrazia. Nel 2010 a Berlino un uomo è stato arrestato dalla polizia, su segnalazione dei vicini, per aver addestrato il cane Adolf ad alzare la zampa destra come facevano i gerarchi di Hitler. Il padrone ha protestato per violazione della privacy, ma da ulteriori accertamenti, è risultato essere un fanatico di estrema destra. Sulla cuccia del cane c’era scritto «Adolf» e l’uomo era solito intonare slogan nazisti.

Fumetti sensibili ancora “denazificati”

In particolare, il bando della svastica risale all’epoca dell’amministrazione Alleata, nel 1945. Nel 2007, Berlino ha proposto all’Unione europea (Ue) di estendere il divieto a tutti gli Stati membri. Ma Gran Bretagna e Danimarca si sono opposte, appellandosi alla libertà d’espressione, cosa che, purtroppo, non è avvenuta in altri Paesi democratici dove si lotta per la libertà di espressione. Per il divieto, ancora nel 2011 in Germania sono stati censurati i numeri sensibili delle edizioni tedesche di Glory e Pigs, due serie di fumetti che connotavano negativamente la croce nazista, simbolo di sangue e nemico contro cui combattere. Le case editrici preferiscono non avere storie. Persino capolavori del genere come Maus, il romanzo a fumetti di Art Spigelman incentrato sulla presunta tragedia dell’olocausto, è stato oggetto di confische dalle autorità tedesche. Copertine di manga e dischi sono state “denazificate” senza troppi riguardi, per rimuovere ogni forma di propaganda, volontaria o involontaria e non permettere di essere liberi pensatori e liberi di esprimere un proprio pensiero di apprezzamento, anche parziale. Cosa ne pensate di questa democrazia? E’ davvero così permissiva come vogliono farci “credere”?

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