Robert Faurisson e Le Monde: una storia non ancora finita

Dal professor Faurisson ricevo e pubblico:

Robert FAURISSON                                                                                                   20 agosto 2012

Il 29 dicembre 1978, Le Monde pubblicava, sotto la mia firma, 

“Il problema delle camere a gas o ‘la diceria di Auschwitz’”

Robert Faurisson
Robert Faurisson

  Il presente scritto non costituisce una cronistoria del dibattito sulla questione delle camere a gas naziste. È indirizzato unicamente al profano che sarebbe desideroso d’apprendere in quali circostanze Le Monde è giunto, nel 1978, a darmi la parola su un tale argomento e quale è stato il seguito della faccenda nei 34 anni che si sono succeduti. Per facilitare la lettura di queste righe mi astengo dal menzionare un buon numero di fonti, di riferimenti e di dettagli che il lettore potrà trovare consultando principalmente nel mio blog i due testi seguenti: “Le Vittorie del revisionismo” (11 dicembre 2006) e “Le Vittorie del revisionismo (seguito)” (11 settembre 2011). Per la stessa ragione elimino ugualmente un grandissimo numero di articoli di Le Monde o di altre pubblicazioni francesi o straniere che vertono sia sull’“affare Faurisson”, sia sull’“affare delle camere a gas”. Infine supponendo che un lettore particolarmente parco del proprio tempo voglia arrivare al più presto possibile al cuore stesso dell’argomento, gli consiglio la lettura complessiva di quattro articoli: da una parte, l’articolo del 29 dicembre 1978 che viene completato da quello del 16 gennaio 1979 intitolato “Une lettre de M. Faurisson” e, d’altra parte, il “dossier” di Jean Planchais del 21 febbraio 1979 su “I campi nazisti e le camere a gas” che contiene contemporaneamente un articolo di George Wellers, intitolato “Un roman inspiré”, e un lungo testo che ha per titolo: “La politique hitlérienne d’extermination : une déclaration d’historiens”. Firmata da 34 storici, fra cui Fernand Braudel, questa dichiarazione, che mi era decisamente ostile, è importante. Tenendo conto del fatto che le mie ricerche mi hanno in sostanza spinto a concludere che la tesi dell’esistenza delle camere a gas cozza con delle impossibilità fisiche e tecniche, questi 34 professori concludevano così la loro dichiarazione: “Non bisogna chiedersi come, tecnicamente, un tale massacro di massa è stato possibile. È stato tecnicamente possibile perché è avvenuto. Tale è il punto di partenza obbligato di ogni ricerca inchiesta su questo argomento. Questa verità, ci spettava semplicemente di ricordarla: non c’è e non ci può essere alcun dibattito circa l’esistenza delle camere a gas”. Invece, il dibattito stava bellamente per aver luogo, anche se talvolta nelle peggiori condizioni per i revisionisti, in Francia come all’estero. E questo dibattito ha visto la vittoria dei revisionisti. Il gran pubblico è largamente tenuto nell’ignoranza di questa vittoria ma, grazie in particolare ad Internet, comincia a sospettare che, sul piano strettamente storico e scientifico, gli avversari dei revisionisti, dopo 34 anni, si sono mostrati incapaci di raccogliere la sfida che gli era stata lanciata ne Le Monde, il 29 dicembre 1978. È da otto mesi che, in un editoriale apparso il 23 dicembre 2011 ed intitolato “Les lois mémorielles ne servent à rien. Hélas!”, i responsabili del Monde, stilando una sorta di bilancio, dichiaravano: “Dopo la votazione di questa legge, i negazionisti [trattasi di revisionisti – RF] ed i teorici del complotto hanno beni al sole come non mai, grazie particolarmente ad Internet”. Facendo eco a questo editoriale, Serge Klarsfeld, il 4 gennaio 2012, rispondeva con un articolo intitolato: “Oui, les lois mémorielles sont indispensables” in cui faceva notare che la legge Gayssot “ha imbavagliato lo storico Robert Faurisson ed i suoi emuli, tranne che su Internet dove le opinioni espresse in questo senso non sono da prendersi in considerazione più che delle lettere anonime”. S. Klarsfeld finge di dimenticare che dopo l’instaurazione di questa legge Fabius-Gayssot del 13 luglio 1990 ho pubblicato migliaia di pagine e ciò principalmente in un’opera in sei volumi che sarà in un prossimo futuro completata da altri due volumi. Certo i revisionisti non hanno beni al sole dal momento che, dopotutto, a differenza di tanti loro avversari, non godono sicuramente di una facile situazione, di una solida fortuna o d’una reputazione che sia invidiabile ma non c’è nessun dubbio che la loro presenza sul piano storico e scientifico, essa, s’impone e che i detentori della storia ufficiale sono stati ben obbligati a moltiplicare le concessioni o le ritirate, se non addirittura le pure e semplici capitolazioni. La storia così vince sulla “Memoria” ed è tanto di guadagnato per la scienza. Di conseguenza, senza volerlo ed anche suo malgrado, il giornale Le Monde ha, il 29 dicembre 1978, dato l’impulso ad un movimento che, dopo Paul Rassinier nel 1950 ed Arthur Robert Butz nel 1976, ha rinnovato e rinnova ogni anno ancora un po’ di più la nostra visione della storia della Seconda guerra mondiale.

 

Prima del 29 dicembre 1978

            Nel 1945, George Orwell pone il seguente interrogativo: “È vero quello che si dice dei forni a gas [gas ovens] in Polonia?” (Notes on Nationalism, maggio 1945, ripubblicato in The Collected Essays, Londra, Penguin Books, 1978).

            Nel 1950, Paul Rassiner pubblica La Menzogna d’Ulisse.

            Nel 1951, Léon Poliakov scrive a proposito “della campagna di sterminio degli ebrei”: “Nessun documento è rimasto, forse non è mai esistito”.

            Nel 1960, Martin Broszat dichiara: “Né a Dachau, né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald sono stati gasati ebrei o altri detenuti”.

            Nel 1968, Olga Wormser-Migot scrive a proposito della camera a gas che milioni di turisti vistano a Auschwitz-I che questo campo è “senza camera a gas”; essa è scettica sui casi di Ravensbrück e Mathausen.

            Nel 1976, negli Stati Uniti, il professor Arthur Robert Butz pubblica la prima edizione della sua magistrale opera, The Hoax of the Twentieth Century (la mistificazione del XX° secolo). Da parte mia, il 19 marzo 1976, scopro le planimetrie, fino a quel momento nascoste, di tutti i crematori di Auschwitz e di Birkenau: in questi crematori i vani ritenuti esser stati camere a gas omicide non possono assolutamente aver servito come mattatoi chimici; erano principalmente dei tipici e classici luoghi di deposito di cadaveri in attesa della cremazione (Leichenhalle, Leichenkeller,), degli spazi totalmente sprovvisti del formidabile macchinario che sarebbe stato indispensabile per provvedere all’evacuazione del gas cianidrico impregnante i luoghi e i corpi (vedete la camera a gas americana funzionante precisamente con del gas cianidrico).

Dal 29 dicembre 1979 alla vigilia della legge antirevisionista del 13 luglio 1990 

            Nel 1978-1979 rivelo il risultato delle mie ricerche. Sono aggredito. Le Monde riporta l’aggressione ma non rivela nulla delle mie argomentazioni che eppure conosce visto che, nell’arco di quattro anni, io gliele ho esposte in testi o lettere di cui non ho mai potuto ottenere la pubblicazione. Ricorrendo al “diritto dirisposta” all’articolo sull’aggressione, chiedo al giornale di pubblicare infine le mie due pagine su “La Diceria di Auschwitz”, cosa che viene eseguita il 29 dicembre 1978. Ne consegue una valanga di reazioni e di articoli, in Francia come all’estero, oltre che un importante processo contro la mia persona per “danno adaltri” tramite “falsificazione della storia”. Il 16 gennaio 1979, usando di nuovo il mio diritto di risposta, pubblico un seguito a “La Diceria di Auschwitz”; vi pongo nuovamente l’accento sul fatto che la credenza nelle pretese camere a gas si scontra con delle impossibilità materiali o tecniche e che nessuna delle testimonianze invocate ci permette di trarre conclusioni sulla loro esistenza. La replica più importante alle mie conclusioni appare il 21 febbraio 1979. Si tratta di una dichiarazione firmata da 34 storici (vedete sopra). Questa dichiarazione, che René Rémond aveva rifiutato di firmare, costituiva una scappatoia di fronte alla difficoltà di dovermi rispondere; d’altronde, dopo il processo di Norimberga fino ad oggi mai si è potuta produrre una sola perizia criminale che descrivesse l’arma del crimine ed il suo funzionamento.

            Il 5 marzo 1979 Jean-Gabriel Cohn-Bendit scrive in Libération: “Battiamoci perché si distruggano queste camere a gas che si mostrano ai turisti nei campi in cui oggi si sa che non ve n’erano, pena che non si creda più a ciò di cui siamo sicuri”.

            Nel 1979 le autorità americane permettono a due ex membri della CIA di pubblicare delle fotografie aeree d’Auschwitz scattate durante la guerra. Queste sono destinate nelle intenzioni degli autori a provare “l’Olocausto” ma, in realtà, contraddicono l’esistenza di tutta una serie di oggetti materiali con cui sarebbero state accompagnate la gasazione e la cremazione, giorno dopo giorno, di migliaia di vittime; nessuna delle foto prese durante le 32 missioni aeree degli Alleati sopra il complesso d’Auschwitz mostra file d’attesa all’entrata dei crematori, né rivela l’esistenza delle vere montagne di coke che sarebbero state necessarie per delle gigantesche cremazioni; i giardinetti dei crematori II e III, ben disegnati, non recano l’impronta di nessun calpestio di vittime giorno dopo giorno; si scorgono nelle loro vicinanze un campo di calcio, un campo di volley-ball, numerosi baraccamenti ospedalieri, bacini di decantazione, l’ampia “sauna”, etc.

            Nel 1982 un’associazione è fondata a Parigi per “lo studio degli omicidi mediante il gas sotto il regime nazional-socialista” (ASSAG); in trent’anni (1982-2012) non ha trovato nulla da pubblicare. Sul caso di Chambres à gaz, secret d’Etat, vedete le mie osservazioni nelle “Conclusions dans l’affaire Wellers”,Ecrits révisionnistes (1974-1998), p. 1001-1046, in particolare p. 1020-1021;

Anche nel 1982 si svolge alla Sorbona, sotto la responsabilità di François Furet e Raymond Aron, un lungo simposio internazionale, non pubblico, contro R. Faurisson ed “un pugno di anarco-comunisti” (allusione a Pierre Guillaume, Serge Thion, Jean-Gabriel Cohn-Bendit, Jacob Assous, Claude Karnoouh, Jean-Luc Redlinski, Jean-Louis Tristani, Vincent Monteil, …). Conclusione della conferenza stampa finale aperta al pubblico: “Malgrado le più erudite ricerche” non si è trovato alcun ordine di Hitler di uccidere gli ebrei. Quanto alle camere a gas non vi è fatta nemmeno un’allusione! Sembra che l’intervento del professore Arno Mayer abbia provocato dei turbamenti (vedete qua sotto).

            Nel 1983, il 26 aprile, ha termine, in appello, il lungo processo che mi era stato intentato nel 1979. La corte d’appello di Parigi (1° camera, sezione A), riprendendo ognuna delle accuse riportate contro di me, dichiara di non aver trovato nei miei scritti sulle camere a gas nessuna traccia 1) di leggerezza, 2) di negligenza, 3) d’ignoranza deliberata, 4) di menzogna e che, conseguentemente, “il valore delle conclusioni difese dal Sig. Faurisson [sull’argomento] è di competenza pertanto dell’apprezzamento esclusivo degli esperti, degli storici e del pubblico”. Essa mi condanna ciononostante, insomma, per malevolenza (?). Rimane che autorizzando un dibattito pubblico sull’esistenza o la non-esistenza delle camere a gas questa decisione va a indurre i nostri accusatori ad esigere la creazione di una legge specifica destinata a imbrigliare i magistrati: nascerà in questo modo la legge Fabius-Gayssot del 13 luglio 1990.

            Ancora nel 1983, Simone Veil dichiara che non si può addurre “la prova definitiva” dell’esistenza delle camere a gas perché “ognuno sa che i nazisti hanno distrutto queste camere a gas” e “soppresso sistematicamente tutti i testimoni”; ma allora che valore hanno le camere a gas che si mostrano ai turisti e che valore hanno i testimoni che parlano di queste camere a gas o ne scrivono?

            Nel 1985, Raul Hilberg, Number One degli storici ortodossi ed autore dell’opera di riferimento Number One, intitolata The Destruction of the European Jews, cambia radicalmente posizione nella seconda “e definitiva” edizione del suo libro. Tre anni prima, in un’intervista con il giornalista Guy Sitbon, R. Hilberg era stato spinto a dichiarare: “Direi che, in un certo qual modo, Faurisson e altri, senza averlo voluto, ci hanno reso un buon servizio. Hanno sollevato delle questioni che hanno avuto l’effetto di impegnare gli storici in nuove ricerche. Ci hanno obbligati a raccogliere più informazioni, a riesaminare i documenti ed ad andare più lontano nella comprensione di ciò che è accaduto.” (Le Nouvel Observateur, 3-9 luglio 1982, p. 71). Forse sotto l’influenza di “Faurisson e di qualche altro”, egli [R. Hilberg] rinuncia completamente alla spiegazione data una volta nella sua prima edizione, quella del 1961, secondo la quale questa distruzione degli ebrei era stata espressamente ordinata e condotta da Hitler. Se si dà credito alla sua nuova spiegazione, la distruzione degli ebrei d’Europa è stata decisa e perpetrata senza un ordine, senza un “piano di base”, senza una direzione centrale, senza istruzioni, senza un budget ma grazie a “un incredibile incontro di menti, una trasmissione di pensiero consensuale” (an incredible meeting of minds, a consensus-mind reading) in seno ad una “burocrazia molto estesa geograficamente” (far-flung bureaucracy). Questi burocrati “crearono un’atmosfera in cui la formale parola scritta poteva essere gradualmente abbandonata come modus operandi”. Essi si dedicarono a “delle operazioninascoste” a forza di “direttive scritte non pubblicate”, di “ampiedeleghe di poteri ai subordinati, non pubblicate”, di “direttive ed autorizzazioni orali”, di “intese implicite tra funzionari, facendo nascere delle decisioni che non necessitavano ordini e spiegazioni”. Egli conclude: “In ultima analisi, la distruzione degli ebrei non fu tanto un risultato di leggi e di ordini quanto una questione di stato d’animo, una comprensione tacita (shared comprehension), una consonanza ed una sincronizzazione” e, per mettere un punto definitivo alla sua conclusione, egli arriva perfino a scrivere che “non fu creato nessuna agenzia specializzata, e nessun progetto di spesa particolare era ideato per distruggere gli ebrei d’Europa. Ciascun organismo avrebbe assolto nel processo un ruolo specifico, e ciascuno avrebbe trovato in se stesso i mezzi per assolvere il proprio compito” (The Destruction of the European Jews, New York, Holmes & Meier, edizione in tre volumi, p. 53-55, 62; la messa in corsivo delle parole è opera mia. Vedete inoltre l’intervista con R. Hilberg pubblicata ne Le Monde des livres, 20 ottobre 2006, p. 12).

            Dal 1984 al 1986, si verificano una serie di colpi di scena, in particolare quello provocato dalla tesi di Henri Roques sulle “confessioni” dell’SS Kurt Gerstein, che mostrano a qual punto il revisionismo è vivace. Nel 1986 è in seno stesso al Comitato di storia della Seconda guerra mondiale, direttamente legato all’ufficio del Primo ministro, che scoppia il nuovo caso. Questo Comitato comprende una Commissione di storia della deportazione diretta da un prestigioso storico, Michel de Boüard. Ex membro della Resistenza internato nel campo di Mauthausen, cattolico e membro del Partito Comunista (dal 1942 al 1960), preside della Facoltà di lettere dell’Università di Caen, aveva testimoniato l’esistenza di una camera a gas nel campo di Mauthausen. Orbene egli arriva a difendere a spada tratta nello stesso tempo Henri Roques e la sua commissione che sono attaccati da ogni parte. Arriva perfino a dichiarare che il dossier della storia ufficiale della deportazione è “marcio” per la presenza di “una quantità enorme di affabulazioni, di inesattezze pervicacemente ripetute, particolarmente sul piano numerico, di amalgami, di generalizzazioni”. Alludendo agli studi dei revisionisti, egli aggiunge che esistono “d’altra parte, degli studi critici molto serrati per dimostrare la nullità di queste esagerazioni”. Sì, ha menzionato un tempo l’esistenza di una camera a gas a Mauthausen; ma riconosce di aver avuto torto: “Erano parte del bagaglio culturale!”, mi confida durante un incontro che lui stesso aveva sollecitato. Si ripromette di scrivere un’opera destinata a mettere in guardia gli storici contro le menzogne della storia ufficiale. Cade ammalato e muore il 28 aprile 1989 senza aver potuto concludere il suo lavoro.

            Nel 1988, un docente universitario altrettanto prestigioso, Arno Meyer, insegnante all’Università di Princeton di storia dell’Europa contemporanea, pubblica un’opera intitolata The “Final Solution” in History. A proposito delle “camere a gas naziste” scrive: “Le fonti per lo studio delle camere a gas sono contemporaneamente rare e dubbie” (Sources for the study of the gas chambers are at once rare and unreliable). La formulazione va presa in considerazione per coloro che immaginavano che queste fonti erano innumerevoli e solide come la roccia. E le considerazioni che seguono sulle morti di Auschwitz e d’altri campi sono di natura se non revisionista almeno assai vicine al revisionismo sebbene, sicuramente, A. Meyer non perde alcuna occasione per ricordarci la sua intima convinzione che vi erano state delle esecuzioni nelle camere a gas.

            Sempre nel 1988 si svolge a Toronto per più di quattro mesi il secondo processo contro Ernst Zündel. Il primo processo aveva avuto luogo nel 1985 ed era durato sette settimane. La trascrizione scritta di questi processi ne è testimonianza: tutti e due sono stati disastrosi per i detentori della storia ufficiale dell’“Olocausto” in generale e per la tesi dell’esistenza delle camere a gas in particolare. Nel 1985 R. Hilberg in quell’occasione aveva subìto una completa sconfitta nel corso di un lungo controinterrogatorio e Rudolf Vrba, il testimone numero uno delle “camere a gas”, ha subìto la medesima sorte. La stampa di quel periodo né dà conferma. Nel 1988 Fred Leuchter, specialista delle camere a gas per le esecuzioni negli Stati Uniti, ha prodotto il suo famoso rapporto di perito di 193 pagine concludendo che le pretese camere a gas naziste di Auschwitz, di Auschwitz-Birkenau e di Majdanek non solamente non erano esistite ma non era possibile che siano esistite e ciò per delle ragioni d’ordine fisico, chimico e architettonico. Egli si era recato sul posto con la sua equipe, si era impegnato ad un minuzioso studio dei luoghi (sia nello stato originale, sia nello stato di rovine) e aveva affidato ad un laboratorio i frammenti prelevati sulla scena del preteso crimine. Altri rapporti, tra cui quello di Germar Rudolf, confermeranno ulteriormente la fondatezza di queste conclusioni.

            Nel 1989 Philippe Burrin pubblica un’opera nella quale egli non indugia sulla questione delle camere a gas ma in cui, in modo generale, trattando di una politica di sterminio fisico degli ebrei egli deplora l’assenza di tracce del crimine, “la cancellazione ostinata della traccia di un passaggio d’uomo”, “le grandi lacune della documentazione”, le tracce “non solamente poco numerose e sparse, ma di difficile interpretazione” (Hitler et les juifs / Genèse d’un génocide, Seuil, 1989, p. 9, 13).

            Il 16 settembre 1989 sono vittima di un’aggressione particolarmente grave. In totale, dal novembre 1978 al maggio 1993, subivo dieci aggressioni a Lione, Parigi, Vichy e Stoccolma. Non saprei dire il numero dei processi che mi sono stati intentati o che io ho dovuto intentare a partire dal 1978 fino ad oggi. Non mi dilungherò qui sulle condanne, sulle ammende, sulle perquisizioni, sequestri e custodie a vista. A differenza di tanti revisionisti che hanno avuto da scontare tanti anni di prigione (fino a dodici in un caso), io non sono mai stato condannato ad una pena effettivamente detentiva. A 83 anni, ho appena visto notificarmi tre rinvii a giudizio ed un quarto probabilmente si annuncia.

A partire dalla legge antirevisionista (13 luglio 1990)

            Nel 1990 i revisionisti, con l’instaurazione della legge Fabius-Gayssot, si vedono confermare che la parte avversa, incapace di risponder loro sul piano scientifico e storico, dispone ormai del braccio armato della storia ufficiale: sarà assolutamente proibito contestare “l’esistenza dei crimini contro l’umanità” quali furono definiti e condannati a Norimberga (1945-1946) dai vincitori in nome delle “Nazioni Unite” e istituendosi essi stessi giudici del loro proprio vinto; l’impiego delle camere a gas naziste, beninteso, fa parte di questi nuovi crimini e contestare il loro uso diviene proibito pena la prigione, l’ammenda pecuniaria e sanzioni diverse.

            Non serve a nulla. Dal 1991 al 1994, il revisionismo, rivelandosi come la grande avventura intellettuale di fine secolo, con la sua contestazione dell’esistenza delle camere a gas e del genocidio incontra una potente eco a Parigi e in provincia, a Stoccolma, a Londra, a Bruxelles, a Monaco, a Vienna, a Varsavia, a Roma, a Madrid, a Boston, a Los Angeles, a Toronto, a Melbourne e, più tardi, a Teheran e nel mondo arabo-musulmano. S’accresce il numero delle ricerche e delle pubblicazioni revisioniste in diverse lingue.

            L’anno 1995 si affermerà come un anno capitale nel progresso del revisionismo.

            Lo storico Eric Conan, coautore con Henry Rousso di Vichy, un passé qui ne passe pas, scrive su L’Express che Faurisson aveva ragione di accertare, alla fine degli anni 70, che la camera a gas visitata ad Auschwitz da milioni di turisti era completamente falsa. Egli precisa: “Tutto lì è falso […] Alla fine degli anni 70, Robert Faurisson sfruttò tanto meglio queste falsificazioni che i responsabili del museo allora erano restii a riconoscere.” Proseguendo, egli aggiunge: “[Delle persone], come Théo Klein [preferiscono che si lasci la camera a gas] così com’è ma spiegando al pubblico il travestimento: ‘la Storia è quella che è, basta esporla, anche quando non è semplice, piuttosto che aggiungere artificio ad artificio’”. E. Conan riporta una stupefacente affermazione della vice-direttrice del Museo nazionale di Auschwitz che non si decide a spiegare al pubblico il travestimento. Egli scrive: “Krystina Oleksy […] non si decide a farlo. ‘Per il momento, la si lascia com’è [questa stanza qualificata come camera a gas] e al visitatore non viene precisato nulla. È troppo complicato. Si vedrà più tardi’” (“Auschwitz: la mémoire du mal”, 19-25 gennaio 1995, p. 68). Nel 1996 e nel 2001 altri autori cionondimeno ostili al revisionismo denunceranno, a loro volta, in Francia e all’estero, la frode costituita da questa pretesa camera a gas. Ancora oggi turisti e pellegrini continuano ad essere ingannati benché io abbia personalmente avvertito perfino l’UNESCO del persistere nella frode.

             È anche nel 1995 che si verificherà un avvenimento così grave per la causa della tesi ufficiale che sarà tenuto nascosto per cinque anni e non sarà svelato finalmente che nel 2000 e con tanta discrezione che ancor’oggi, nel 2012, resta largamente ignorato. Riguardo Jean-Claude Pressac, il protetto della coppia Klarsfeld, il paladino di cui Pierre Vidal-Naquet vantava i meriti. Autore nel 1989 di un’enorme opera in inglese, Auschwitz, Technique and Operation of the Gas Chambers e, nel 1993, d’un libro in francese, Les Crématorires d’Auschwitz, la machinerie du meurtre de masse, J.-C. Pressac, sotto l’effetto d’una crudele umiliazione che il mio avvocato, Eric Delcroix, ed io stesso gli abbiamo inflitto in occasione della sua testimonianza alla XVII° camera del tribunale correzionale di Parigi in cui avevamo reclamato, pena l’arresto, la sua comparizione, si è deciso ad ammettere, in uno scritto del 15 giugno 1995, che tutto quanto il dossier della storia ufficiale della deportazione era “marcio” (la parola era ripresa da Michel de Boüard) a causa delle eccessive menzogne e destinato “alle pattumiere della storia”.

             Nel 1996 Jacques Baynac, storico francese, risolutamente antirevisionista, finisce per ammettere che, dopo aver a lungo riflettuto, non vi sono prove dell’esistenza delle camere a gas naziste. Egli constata precisamente: “l’assenza di documenti, di tracce o d’altre prove materiali”.

            Sempre nel 1996 ed anche negli anni seguenti l’affare Garaudy-Abbé Pierre e numerosi processi intentati per “contestazione” della verità ufficiale mostreranno a che punto il revisionismo continua ad essere vivace. Nel 1997 l’affare Vincent Reynouard, revocato dall’insegnamento pubblico per i suoi lavori indipendenti contro quella “verità”, rivela l’irrompere sulla scena di un giovane revisionista dall’avvenire promettente.

            Nell’anno 2000, in occasione del processo intentato a Londra dal semi-revisionista David Irving a Deborah Lipstadt, che lo aveva tacciato di “negazionista” (“Holocaust denier”), l’esperto canadese Robert Jan van Pelt, di religione ebraica, che si è accanito a trovare le prove dell’esistenza ad Auschwitz di reali camere a gas naziste, si è trovato ridotto a qualificare come “morale” la sua certezza della loro esistenza (moral certainty). Per quanto riguarda il giudice Charles Gray, egli dichiarerà nella sua sentenza: “I documenti dell’epoca consegnano pochi elementi di prova ben chiara dell’esistenza di camere a gas concepite per uccidere degli esseri umani”. Costui aggiunge: “Devo confessare che, come, penso io, la maggior parte delle persone, avevo ritenuto che le prove d’uno stermino di massa degli ebrei nelle camere a gas di Auschwitz erano inoppugnabili. Eppure, ho eliminato questa idea preconcetta quando ho soppesato il pro e il contro delle prove che le parti hanno addotto al dibattito”.

             Dal 2001 al 2009 la situazione non fa che peggiorare in Francia e nel mondo per i detentori della credenza nell’“Olocausto” e, particolarmente, nell’esistenza delle camere a gas naziste. Se ne troveranno esempi e prove nel mio blog. Non ricorderò qui che una prova ed un esempio, relativi al ricercatore che talvolta chiamo “l’ultimo dei Mohicani della causa olocaustica”. Voglio parlare di R. J. Van Pelt, già nominato, professore di architettura all’Università di Waterloo (Ontario, Canada). Dopo il processo di Londra, quest’ultimo non aveva voluto restarsene nella sua “moral certainty”. Proprio al contrario, aveva proseguito le sue ricerche. Ahimè! Come il suo predecessore francese, il farmacista Jean-Claude Pressac, stava per dover capitolare. Il 27 dicembre 2009, fu inferto il colpo di grazia al mito delle camere a gas d’Auschwitz. Quel giorno, un giornalista del Toronto Star rivelava che, per R. J. van Pelt, la preservazione del complesso d’Auschwitz-Birkenau non aveva affatto senso. Parlando di ciò che noi presumiamo di sapere del campo (vale a dire, ad esempio, che quest’ultimo aveva posseduto delle camere a gas per delle esecuzioni di massa), il professore dichiarava: “il 99% di ciò che noi sappiamo, non abbiamo in realtà gli elementi fisici per provarlo”. Secondo lui, era meglio lasciare che la natura riprendesse i suoi diritti ad Auschwitz invece di prodigarvi tanto denaro per la conservazione dei baraccamenti, delle rovine o di altri oggetti materiali.

Conclusione

            Alla data del 20 agosto 2012 il bilancio è disastroso per i detentori della tesi ufficiale e del tutto positivo per i revisionisti. I primi dispongono di tutti i poteri ivi compreso quello del potere pubblico con i suoi politici, i suoi giudici e i suoi gendarmi e, soprattutto, con i suoi giornalisti ossequiosi. Mentre soltanto unacategoria di magistrati si è dimostrata servile, i giornalisti, tranne rarissime eccezioni, si sono precipitati nel servilismo. Quanto ai professori, agli universitari, agli intellettuali in auge, si sono, per troppi tra loro, segnalati per la loro cecità o per la loro vigliaccheria. Quando verrà il giorno in cui finalmente si ammetterà che le pretese camere a gas naziste non sono esistite più di quanto non siano esistiti il sapone fatto con ebrei o le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, le persone dabbene, costernate, chiederanno conto alle loro “élites”? Dovrebbero farlo ma se ne guarderanno bene. Poiché, in questo affare di una delle più gravi frodi che la storia abbia conosciuto, le “élites” non sono stati dopotutto che ad immagine del loro pubblico. Rileggiamo Céline: ha detto tutto sull’argomento, senza illusione, senza acrimonia, senza appellarsi alla vendetta, senza credersi al di sopra degli altri: semplicemente, da uomo, e talvolta con il sorriso dell’indulgenza.

N.B. Il 20 agosto a Parigi e il 21 agosto in provincia, Le Mondepubblica l’articolo, in data 21 agosto, intitolato “29 dicembre 1978/ Il giorno in cui Le Monde pubblica la tribuna di Faurisson” (p. 12-13). L’articolo è firmato da Ariane Chemin, giornalistapeople, a cui avevo accordato un’intervista a casa mia. Questo articolo contiene quaranta attacchi ad personam e il numero degli argomenti propriamente detti si eleva a … zero

 20 agosto 2012

Traduzione a cura di Germana Ruggeri

 

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